Mercoledì 2 agosto 2023. Una data spartiacque, ci sarà un prima e ci sarà un dopo. Quest’oggi Gianluigi Buffon ha annunciato l’addio al calcio giocato. Lui che aveva iniziato a giocare col Parma nel 1994
Dopo il ritorno nell’estate del 2021 al Parma, era evidente che la carriera di Buffon stesse volgendo al termine. Nonostante ciò, la notizia fa un certo effetto.
Gianluigi Buffon è un’istituzione del Calcio, italiano e Mondiale. Senza se e senza ma. Non c’è retorica che tenga, si parla di uno dei più grandi interpreti del ruolo di portiere – se non il più grande – che abbiano mai calcato un rettangolo verde.
Il livello raggiunto, la continuità per oltre un ventennio, le vittorie. Quello che ha fatto Buffon non lo aveva mai fatto nessuno tra i pali. Preso costantemente come riferimento per chiunque si approcciasse al mondo del calcio quale estremo difensore, metro di confronto per valutare ogni altro forte portiere in Europa e nel mondo. “Se un bimbo pensa ad un portiere, pensa a Buffon” ha detto una volta qualcuno. Nulla di più vero.
Eppure, anche e sopratutto in Italia, c’è chi non gli ha perdonato alcune vicende extra-campo e chi sopratutto non smette di sottolineare due aspetti che ne hanno contraddistinto la carriera. Il primo, la difficoltà di “attaccare i guanti al chiodo” e il secondo, il fatto di non essere mai riuscito ad alzare la Champions League, la coppa dalle grandi orecchie.
Non ci sarà mai più un altro Gianluigi Buffon. I numeri, le vittorie e i record spiegano solo in parte la grandezza di un portiere che ha riscritto la definizione stessa del ruolo. Eppure non mancano mai gli sfottò e le critiche all’ex Juve.
L’invidia è una brutta bestia, si sa. C’è anche quella che serpeggia tra gli appassionati del gioco del calcio. I ritornelli, sopratutto sui social media, sono sempre quelli: “Buffon non ha mai vinto la Champions League”, “Alzala Gigi, alzala!”; e ancora, da qualche anno a questa parte: “È vecchio, doveva ritirarsi prima”.
Fa parte del gioco ed è chiaro che la battuta facile sia dietro l’angolo. Il portierone, quando vestiva la maglia della Juventus, per ben tre volte è giunto all’atto conclusivo della massima competizione UEFA, uscendo sempre sconfitto. È storia del calcio. Va altresì detto che altri grandi mostri sacri del gioco, su tutti Ronaldo Nazario e Ibrahimovic, non hanno mai alzato l’ambito trofeo. E neanche ci sono andati così vicini. La disparità di valutazione e trattamento è però evidente, al fenomeno brasiliano e al fuoriclasse svedese non viene additato questo mancato traguardo quale oggetto di scherno e derisione.
L’altro aspetto che non si perdona a Gigi, venuto a galla in questi anni, è l’aver protratto fino ad oggi la sua immensa carriera. Come se fosse una colpa. A ben vedere, è legittima la tesi che sostiene come un campione debba ritirarsi all’apice della sua parabola. Di contro, è lecito che – anche in virtù di un contratto – un professionista si prenda la libertà di fare semplicemente il proprio mestiere.
Il lavoro di Buffon era fare il portiere, lo faceva bene e si divertiva come un bambino. L’azzurro ha sempre sostenuto che avrebbe giocato fino a quando si sentiva di poterlo fare. E così è stato, fino ad oggi.
Una riflessione sorge dunque spontanea. Invece di criticare e schernire un monumento che ha anche contribuito in maniera sostanziale a portare gli Azzurri sul tetto del Mondo nel 2006, i tifosi del nostro Bel Paese non si potrebbero limitare ad applaudire una leggenda del Nostro Calcio, ammirata e riconosciuta anche all’estero?
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